Insieme a casa: un’ostetrica a domicilio contro la povertà educativa

A Sabrina Ritorto, assistente sociale e coordinatrice del progetto abbiamo chiesto perché sia importante andare a casa delle donne: «Le 22 mamme che da marzo a oggi ci hanno contattato hanno tanta voglia e bisogno di condividere la gioia della nascita e tutte le sue fatiche, dubbi, contraddizioni con qualcuno che possa orientarle a stare meglio, a tal punto da aprire ad una sconosciuta (l’ostetrica) la loro casa. Per noi l’andare dalle persone ha un senso importante ed è il nodo di questa azione: entrare in punta di piedi in una casa, che in equilibrio precario sta cercando di ridefinire spazi, ruoli, compiti, necessita di competenza e professionalità. Saper cogliere in ogni donna, e nelle relazioni significative che la circondano, il pensiero, i desideri, i bisogni e le domande per fornire informazioni chiare ed esaustive che l’aiutino ad acquisire maggior consapevolezza e competenza per svolgere al meglio il nuovo ruolo di madre. Andare da loro ci permette di essere noi l’ospite, di poter osservare oltre che parlare, e di permettere alla donna di essere il più possibile in una condizione di naturalezza, oltre che intervenendo anche a pochi giorni dal parto risulta essere per molte di loro una condizione di assoluta facilità organizzativa».

Alla domanda su quali siano le richieste che arrivano dalle neo mamme Ritorto ha risposto «Ad oggi il maggior numero di richieste ha avuto come oggetto l’allattamento. Escono dagli ospedali con informazioni per loro poco chiare, confuse, spesso la montata lattea non è arrivata e il panico di non “sfamare” adeguatamente il loro piccolo le paralizza aumentando i sensi di colpa e inadeguatezza. Poi abbiamo avuto qualche richiesta per affrontare insieme le prime volte: il bagnetto, lo svezzamento; altre la necessità di fare “due chiacchiere con qualcuno che mi capisce».

Sull’identikit della neo mamma che chiede aiuto Ritorto aggiunge: «La maggior parte di queste donne sono di origine italiana (solo due straniere), il numero è equo tra quelle al primo e al secondo figlio. Abbiamo avuto un solo caso di una minorenne mentre per le altre l’età è sotto i 40 anni. Chiamano nella maggior parte delle situazioni loro stesse, in un paio di occasioni le nonne materne ed in una il padre dei nuovi nati. Le donne comunicano di averne parlato con il partner ed i familiari che si dicono contenti che la madre riceva questo supporto». Un caso pratico ci racconta meglio in cosa l’ostetrica può essere utile. «L’ostetrica Sara Covino racconta di una madre tornata a casa dopo la nascita della sua bambina senza che fosse mai riuscita ad attaccarla al seno. Aveva fatto ricorso al latte artificiale la prima notte a casa non sapendo come fare a saziarla. La richiesta di una visita domiciliare e la possibilità d’incontrarla già il giorno successivo ha permesso da una parte di intervenire tempestivamente per sostenere la produzione del latte materno, dall’altra di incoraggiarla nei suoi tentativi di attaccare direttamente la bambina al seno. Grazie a un piccolo percorso insieme di tre incontri l’allattamento al seno si è ben avviato, mentre la mamma e la neonata sono state accompagnate nella scoperta e conoscenza delle reciproche competenze».

Ecco invece cosa caratterizza il servizio rispetto a quanto offre il welfare pubblico sul territorio. «Mi piace pensare che il nostro progetto sia un ponte che accompagni le donne dall’Ospedale al territorio. Noi godiamo di una autonomia organizzativa tale da permetterci di intervenire in brevissimo tempo dalla telefonata, cerchiamo di rispettare le 48 ore. Non siamo un pronto soccorso, abbiamo gli strumenti per valutare la natura della domanda ed in tal caso indirizzare la donna alle competenti istituzioni. Ma sappiamo che le richieste poste dalle donne hanno bisogno di tempestività e che questa facilità organizzativa non è al momento propria delle istituzioni. Volenti o meno la nascita ha come passaggio obbligato tutto ciò che afferisce all’area sanitaria ed è per questo che IRIS ha il privilegio di individuare per prima le donne ed i loro bambini per sostenerle adeguatamente nei loro compiti di cura primaria affinché si rafforzino e siano poi pronte a percorrere il ponte per accedere con maggior consapevolezza alle risorse presenti sul territorio», conclude Ritorto. Un bell’aiuto quindi per ridurre le possibilità che si cada nella mancanza di opportunità educative tipiche della povertà educativa.

Crescere

Quando ho pensato a cosa volesse dire per me la parola CRESCERE ho provato (quindi c’è stato un passaggio immediato dalla testa all’animo) un senso di confusione interna per la differenza tra la sua etimologia e quanto questa parola, invece, significa per me.

Dal dizionario Treccani: “Crescere: v. intr. e tr. [lat. crēscĕre] – 1. intr. (aus. essere) Diventare più grande, per naturale e progressivo sviluppo, detto dell’uomo, degli animali, delle piante; determinato da un compl. di luogo “sono cresciuto in campagna”; diventare maggiore in relazione a determinate qualità o condizioni (specificate dal complemento introdotto dalle prep. di o in): c. di volume, di peso, di numero; la merce cresce continuamente di prezzo; c. in altezza, in lunghezza, ecc. Riferito a persona: c. d’età, di peso, di statura; c. negli anni, “il bimbo cresce a vista d’occhio”.”

Insomma mi sembra chiaro, la parola CRESCERE ci porta a comprendere il cambiamento in funzione di un dato oggettivo perché misurabile. Centimetri, metri, grammi, kilogrammi, numeri, qualcosa che non si può mettere in dubbio e che ci dice se siamo cresciuti o meno perché il riferimento di questo cambiamento è incasellabile all’interno di una linea guida. Questo numero può anche dirci quali sono le conseguenze previste e percorribili.  Strumenti, metodi e tecniche stabilite a priori da altri definiscono o meno la crescita.

Mi spiego meglio: un pediatra usa il metro e la bilancia per misurare la crescita di altezza e di peso di un bambino, poi inserisce questi valori all’interno di una curva della crescita e vi dirà a questo punto come sta crescendo (il percentile, quindi se è nella media rispetto all’universo bambini) e cosa fare o non fare, ad esempio laddove non ci fosse un normopeso.

Quindi altri hanno stabilito gli strumenti di misurazione (bilancia e metro), metodi (valutazione attraverso la curva della crescita) e tecniche (stabilire confini tra sottopeso, normopeso, obeso e conseguenze come fare una dieta alimentare, sport, visite mediche, ecc.).

Inoltre, la parola crescita porta con sé un sottinteso senso di positività, altrimenti sarebbe una decrescita, non importa se infinitesimale ma è sempre un passo in avanti.

Detto questo ora arriva il mio presupposto operativo di assistente sociale che lavora da due anni in libera professione, dopo dieci anni nel pubblico e prevalentemente in un Azienda consortile dove mi sono occupata di Tutela minori, quando parlo di crescita con le persone che a me si rivolgono. Se aveste voglia di capire un po’ meglio la mia storia professionale trovate tutto sul mio sito www.unaiutopossibile.com e pagina fb @unaiutopossibile.

I Servizi usano molto spesso tabelle, grafici per misurare la quantità e quindi la crescita, ad esempio per il numero dei casi in carico, dei reati minorili, degli affidi, degli allontanamenti e decidere poi cosa fare per tutti i soggetti rappresentativi di quell’universo numerico.

La crescita, invece, non è per me un qualcosa che ha a che fare con la misurazione, sicuramente non numerica, oggettivabile e incasellabile ma con la valutazione.

Quali strumenti si hanno per valutare e non misurare la crescita del singolo individuo?

Uno dei motivi del passaggio alla libera professione è stato proprio questo: il voler lavorare con le persone considerandole nella loro unicità e quindi nel poter considerare la loro crescita in maniera individuale fatta soprattutto non solo di positività ma quasi obbligatoriamente di opposizione, negatività, retrocessione.

La crescita non è un percorso lineare in avanti ma più una montagna russa con il giro della morte, l’avete presente, vero?

Ecco perché di volta in volta definisco con la persona quali sono gli obiettivi necessari per apportare il cambiamento desiderato, indico e condivido lo strumento di valutazione e lascio poi al soggetto buttarsi a capofitto per raggiungerli, offrendo il mio supporto e monitoraggio.

Quindi non si misura, non ci sono confini predefiniti, strumenti validi in assoluto per tutti e soprattutto non ci sono conseguenze già previste e prevedibili perché devo tener sempre conto di chi ho davanti a me, dove la crescita non è più fondata sull’utopia ma sulla concretezza. Per far crescere spesso c’è bisogno di imporre dei limiti, che bel controsenso, vero?

Saranno quindi i dati certi (ricordatevi che non sono numeri e non sono interpretabili) a dirci se c’è stata o meno questa crescita e quanto raggiunto sarà per il soggetto non il punto di arrivo ma una nuova partenza verso una ulteriore crescita, perché la cosa meravigliosa è che non c’è un limite (come nel peso, nell’ altezza, nel volume, nel numero di casi) perché la crescita personale ha una intera vita per continuare a diventare, in più o in meno, qualcosa di diverso rispetto a quello che eravamo.

Lasciar andare, perdere qualcosa che portavamo con noi, non vuol dire non essere cresciuto.

Quindi, a meno che ci si trovi in potenziali situazioni di pregiudizio, anche il tempo assume per la crescita una valenza positiva perché non ci obbliga a rispettarlo.

Infine, per i colleghi, sottolineerei che la crescita personale è il punto sul quale costantemente lavorare per spingerci poi verso quella professionale. Sicuramente per me lo è stato nel definire il perché passare alla libera professione, il come farlo e come continuare ad accrescere le mie competenze, non per ultimo arrivando così a costituire lo Studio Associato Integrato 6inEQUIPE (www.6inequipe.it).

Quando incontro persone con storie complesse e mi accorgo che il mio intervento non è sufficiente o non sono io il professionista che può rispondere al bisogno evidenziato le informo della possibilità di avvalersi della rete professionale (psicologo, psicoterapeuta, avvocato, psichiatra, neuropsichiatrainfantile, logopedista, foniatra, educatore professionale e pedagogista) con la quale collaboro “studio associato integrato 6inEQUIPE”, per rispondere in maniera multidisciplinare e coesa.

Essere un libero professionista

Studi scientifici e parallelamente una vita sociale pomeridiana molto intensa tra lezioni di danza e momenti di vita oratoriana, volontariato ed impegni sociali. Una volta capito che non sarei mai stata una ballerina professionista ho iniziato ad osservare la realtà circostante con occhi critici accorgendomi che le cose non funzionavano se non con la buona volontà delle persone e che se volevo fare, con i bambini e ragazzi del mio paese qualcosa, di costruttivo era necessario progettare e trovare risorse per realizzare delle attività.

Forse questo spirito imprenditoriale l’ho sempre avuto nel sangue perché ereditato dalla mia famiglia e quindi non ho mai avuto paura ad assumermi dei rischi, anzi, devo dire che talvolta sono io ad andare a cercarli.

Deluse le aspettative familiari di non portare avanti l’attività, ho deciso di non proseguire con gli studi scientifici. Ho quindi esaminato bene sulla carta i contenuti della laurea in scienze dell’educazione e quella in servizio sociale (che nel 1999 era ancora diploma), ho chiesto a studenti frequentanti i corsi, quanta attinenza ci fosse tra quanto presentato e quanto realmente in essere e, infine, a professionisti come riuscivano a mettere in pratica quanto in università appreso. Messo a fuoco tutto questo con quello che io ero allora e quello che avrei voluto essere e fare ho deciso quale strada intraprendere. CONTINUA A LEGGERE QUI...

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